
Contro il medio-evo: per un olio pulito che sa di tradizione
di Giorgio d’Orazio Vinditti
Personalmente, non parto dal concetto commerciale e professionale di produzione, ovvero un concetto necessario, parto invece da un concetto volontario; per me non è il prodotto il motore ma ciò che rappresenta. Il mio olio non è il correlativo oggettivo, non è la lettura corretta della parola ma la padronanza del lessico, il canto attraverso la parola, non dico che sia Montale, che sia poesia, dico che può essere una licenza poetica.
In un mondo che abbonda di seghe mentali, preferiamo i minimi meccanismi di gusto emotivo ai massimi sistemi di analisi sensoriale.
L’olio, prima che di luce propria, brilla in rapporto a qualcos’altro: è un prodotto organico relazionale e altruista. Nel connubio trova la sua migliore espressività. Così in un matrimonio, prima di andare a fare il terzo grado alle qualità della sposa, riteniamo più appagante goderne le sensazioni immediate che ci dà nell’atto gustativo…
Accettiamo di buon grado, qualora interessanti o addirittura affascinanti, certi sentori e sapori non ieraticamente in linea con una canonica idea critico-valutativa del prodotto, come abbiamo imparato a fare con certi grandi e meno grandi vini. Perché, anche nell’olio, non può e non dovrebbe esserci un dogma organolettico ma soltanto un limite – finanche variabile in quanto soggettivo – alla apprezzabilità sensoriale dei profumi e dei gusti.
